QUESTIONI DI GENERE

Se è chiaro che a cinque anni possano essere utili certe semplificazioni, è altrettanto chiaro, a mio parere, che nell’affrontare diversi temi di grande rilevanza per le persone, e in particolare per chi come noi si occupa del benessere di queste persone, le semplificazioni o, peggio ancora, le forzature, possano essere estremamente controproducenti.


Uno dei concetti chiave della PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (PNEI) il paradigma alla luce del quale cerchiamo, in questo appuntamento, di analizzare le profonde correlazioni tra bellezza e benessere è la profonda differenza tra il genotipo e il fenotipo: differenza frutto, in primis, delle interazioni con l’ambiente, dello stile di vita e delle esperienze di vita della persona. Laddove il genotipo, rappresenta l’insieme del patrimonio genetico di un individuo e il fenotipo le sue caratteristiche somatiche, in pratica come si forma e sviluppa, a tutti i livelli, il suo sistema mente-corpo.

È quindi evidente che se il genotipo è totalmente indipendente dalla nostra volontà, perché ereditario, il fenotipo, e quindi le nostre caratteristiche morfologiche, è in gran parte sottoposto al nostro controllo, perché dipende dallo stile di vita, dall’alimentazione, dall’allenamento, dall’ambiente e da molte altre scelte che, più o meno autonomamente, anche in funzione del contesto familiare, sociale e culturale, possiamo compiere e che plasmano il nostro sistema mente-corpo, persino tramite meccanismi epigenetici, in modo da propagarne gli effetti nel tempo e nelle generazioni successive.


Oggi, giustamente, si sottolinea come l’identità di genere, ovvero il sentirsi “appartenere” ad uno specifico genere biologico, il maschile o femminile tipicamente, diciamo statisticamente, più rappresentativi, sia in realtà un aspetto potenzialmente molto più complesso della vita di un individuo. Per questo motivo si parla, più correttamente, di identità non binaria, intendendo quindi la possibilità che una persona viva la propria corporeità diversamente da questa dicotomia uomo/donna, e indipendentemente dal proprio genotipo. In alcuni casi poi, seppur rari, è persino la genetica a complicare le cose perché esprime in maniera confusa o incompleta le caratteristiche biologiche, come ad esempio i fattori di differenziazione sessuale, primari e/o secondari, di un individuo. È invece molto più frequente che una persona desideri per sé una o più caratteristiche corporee che, almeno da un punto di vista di semplici formalismi culturali, non siano tipicamente rappresentative di questo o quel genere, essendo intermedie o opposte tra l’una o l’altra categoria: aspetto questo che, peraltro, è ben diverso dall’orientamento sessuale, che può avere molteplici inclinazioni e che prescindono dall’identità di genere.

La natura culturale dei formalismi che portano a una identificazione rigidamente binaria o, in vari gradi, più o meno fluida, spiega perché sempre di più, soprattutto tra le nuove generazioni, come Millenials e Generazione Z (nell’insieme i nati tra gli anni 80 e il primo decennio del duemila), sia un’astrazione poco sentita, lasciando spazio, almeno in teoria, a una maggiore possibilità di scelta.

Poiché, di fatto, questa componente è in primis culturale, è quindi evidente che vi siano moltissime sollecitazioni ambientali e sociali, consuetudini, formalismi, obblighi e condizionamenti che lasciano più o meno libere le persone di esprimere la propria identità di genere oppure le costringono ad indossare una “maschera”, che si rivela poi essere estremamente pesante e dalle conseguenze anche terribili per il benessere psicofisico.


Una ricerca in letteratura, pur se non abbondantissima, orientata soprattutto a individuare significative problematiche di benessere, quando non una vera e propria prevalenza di specifiche patologie, in relazione ad una identità di genere non binaria, pone in evidenza alcuni aspetti su cui vale la pena riflettere (Cocchetti et al 2020, Ginsberg 2016, Rutheford et al 2021, Scandurra et al 2019, Reisner 2019, Richards 2016, Dowers 2020). In primis il fatto che, spesso, ci troviamo in presenza di una più o meno importante dismorfia corporea, ovvero una difficoltà ad accettare il proprio corpo: difficoltà che porta a una ricerca, più o meno ossessiva, di forme, misure e caratteristiche differenti, magari in un modello più androgino, con una diversa struttura muscolare, pigmentazione o forme corporee.

A volte invece questa condizione di percepita inadeguatezza e la relativa ricerca di soddisfazione è al limite del patologico con tutta l’attenzione che merita l’uso, spesso inappropriato, di questo termine come per esempio nel disturbo dell’immagine corporea e nel disturbo da dismorfismo corporeo, portando la persona verso seri problemi con l’alimentazione o spingendola a scelte, molto importanti e di grande rilevanza personale e sociale, come quella di una “transizione” verso un altro genere.

Laddove infatti questa identità è in qualche modo riconducibile ad una visione binaria, ma non corrispondente al genere biologicamente (genotipicamente e fenotipicamente) espresso, si procede con un processo complesso e di grande rilevanza psicofisica di transizione di genere: si parla di AMAB (Assigned Male at Birth) o AFAB (Assigned Female at Birth) intendendo, rispettivamente, nati biologicamente maschi o femmine, o più propriamente registrati come tali, che decidono di avviare lunghi processi farmacologici e chirurgici per trasformare buona parte della loro corporeità verso il genere femminile o maschile (transgender).

Da un punto di vista bellezza/benessere in ottica PNEI ovviamente le implicazioni sono moltissime e coinvolgono sia situazioni specifiche, perlopiù ormoni-correlate, che più generiche della condizione di benessere.

In particolare, in caso di persone non binarie AMAB, la transizione prevede una demascolinizzazione, tramite ormoni GnRH analoghi, CPA o Spironolactone a vari dosaggi, epilazione progressivamente definitiva e trattamenti con Efflornitina (inibitore della crescita dei peli, e una femminilizzazione con estrogeni a vari dosaggi: in termini estetici questo significa soprattutto trattamenti epilatori e di modellamento corporeo, in particolare intervenendo su adiposità e cellulite, oltre che interventi prettamente estetici su ciglia, sopracciglia, unghie, mani e piedi.

Nel caso invece di persone non binarie AFAB, la transizione prevede una defemminilizzazione, tramite ormoni estrogeni, IUD, GnRH analoghi, oltre che interventi chirurgici specifici sui genitali, mastectomia e di rimodellamento corporeo, e una mascolinizzazione con Testosterone in vari dosaggi, Efflornitina e Minoxidil per una ridistribuzione della peluria; non trascurabile poi è il potere trasformativo degli sport anabolizzanti e di massa, come body building e simili, associati a trattamenti estetici soprattutto drenanti e orientati alla figura come ridisegno di ciglia e sopracciglia e delle unghie.

A seconda degli studi poi si trovano percentuali significative di persone che non condividono questa identificazione binaria, con cifre che variano da un 2-3% su campioni relativamente ampi fino a un 18% circa tra coloro che si sono interessati ad un processo di transizione, numeri che sono probabilmente molto diversi rispetto ai molti che, più semplicemente, condividono, più o meno consapevolmente (aspetto questo che meriterebbe di essere indagato, ma è un’altra storia), una semplice idea di visione non binaria dell’identità di genere.

È per questo fondamentale sottolineare il grande ruolo dell’estetista verso l’inclusione, ruolo che richiede un nuovo approccio alla persona nel totale rispetto del punto di vista del cliente, permettendo di andare oltre i classici e stereotipati canoni di bellezza e aiutando le persone ad esprimersi realmente per quello che sono e vogliono essere, senza porre giudizio e con tutta la professionalità di cui siamo capaci.


Versione integrale dell'articolo pubblicato dalla rivista Mabella




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